LUIGI CARLUCCIO
La mela di Viviani, in Gazzetta del Popolo.
Torino, 14 dicembre 1975.

La mela di Viviani è diventata un caso della pittur.a italiana degli ultimi anni.
Un caso perché, come simbolo, il frutto di Viviani, che ha il suo colore naturale ma anche altri del tutto fittizi, sembra indecifrabile.
E forse è davvero indecifrabile.
Nè l'artista porge un grande o definitivo aiuto, quando av­verte: "il segreto della vita può essere scoperto, nessuno vi scaccerà da questo paradiso che io vi ho indicato e che voi potrete raggiungere, portatori di un frutto acerbo, ancora in­tatto, di un verde che si tramuterà in oro".
Con il che ci invita a pensare alla mela della tentazione, al paradiso perduto, al riscatto anche, a lasciarci prendere dal suo giuoco.
Non vedo perchè la parola "giuoco" dovrebbe essere rifiu­tata. La mela di Viviani è il pezzo uniforme d'un giuoco che non ha molte variazioni giacchè è costretto nei limiti naturali del suo elemento di base, la quasi sfera di una mela.
Costretto come un giuoco di carte fatto come un mazzo che abbia soltanto l'asso di cuori: cinquantadue assi di cuori. Le combinazioni sono allora solo aritmetiche. Combinazioni di due, tre, quattro e più assi di cuori (o mele). Aritmetica che può variare soltanto secondo le forme della geometria.
Allora viene il sospetto che la mela verniciata lucida brillante di Viviani non sia un simbolo ma una maschera: e che il suo giuoco consiste a dire "mela", ossessi va mente "mela", di­speratamente "mela" con lo stesso intento ironico del "bla­bla-bla" che nel dialogo di Jonesco copre tutte le cose che non sta bene dire, o che è superfluo dire.

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